Sotto la luce, tutto si trasforma. Marianna Tomaselli per What’s in a lamp?
Immagini silenziose, ambienti domestici, una luce che accende possibilità inattese. Per What’s in a Lamp?, Marianna Tomaselli costruisce una serie in cui ogni lampada Foscarini diventa il punto di partenza di un racconto visivo, dove la luce genera relazioni, atmosfere e piccoli slittamenti di senso.
Illustratrice e creative director, Marianna Tomaselli crea immagini che sembrano fermare un istante di passaggio: momenti in cui qualcosa sta per accadere o è appena successo. Il suo linguaggio visivo, in cui l’estetica si intreccia sempre a una dimensione narrativa, nasce dall’incontro tra illustrazione, animazione e regia. Ne derivano immagini che suggeriscono più che raccontare, costruite come frammenti di una storia più ampia, con una particolare attenzione alla luce come elemento capace di definire lo spazio e orientare lo sguardo.
È ciò che accade nella serie di illustrazioni realizzata per What’s in a Lamp?, in cui le lampade Foscarini diventano veri e propri inneschi narrativi. Bahia, Twiggy, Uto, Hoba, Plena e Le Soleil sono l’elemento centrale, da cui prendono forma ambienti domestici essenziali, caldi e vissuti, in cui “dentro la luce” succede qualcosa: un dettaglio si attiva, un gesto prende forma, l’atmosfera cambia.
Ogni illustrazione è pensata come una scena autonoma, ma anche come parte di una sequenza ideale, in cui la luce assume un ruolo centrale: non come elemento decorativo, ma come presenza capace di costruire lo spazio e attivare relazioni silenziose tra oggetti, ambienti e gesti quotidiani, senza mai imporre una storia, ma suggerendola e lasciando allo sguardo il compito di completarla.
«Mi interessa raccontare emozioni e attimi di vita, ma senza descriverli in modo esplicito. Preferisco suggerire, lasciare spazio, creare immagini che sembrano parte di una storia più grande. In questa serie volevo spostare l’attenzione dalla lampada come semplice oggetto alla luce come elemento attivo. Una luce che non decora, ma racconta.»
Marianna Tomaselli
/ Artista
La scelta cromatica accompagna questa visione con una palette ridotta, pulita e contemporanea, in dialogo diretto con il design delle lampade Foscarini. Il colore non distrae, ma sostiene la luce: il rosso, segno identitario del brand, entra come accento misurato, mentre le tonalità di blu costruiscono profondità e atmosfera, permettendo alla luce calda di emergere.
Ad accompagnare le lampade, Tomaselli introduce una presenza ricorrente, simbolo universale di casa, calore e quotidianità: un gatto. Compagno silenzioso che attraversa la serie, è una presenza viva che osserva la luce, la cerca, le si avvicina, contribuendo a rendere gli ambienti autentici, intimi e riconoscibili.
Il tuo lavoro nasce spesso da immagini che sembrano fermare un momento sospeso, come se qualcosa fosse appena successo o stesse per accadere. Come si è formato questo modo di guardare il mondo e le immagini nel tuo percorso artistico?
Credo che nasca prima di tutto da una caratteristica personale: mi hanno sempre affascinata i momenti di passaggio, quelli in cui qualcosa sta per cambiare o è appena successo. Sono una grande appassionata di thriller, e forse questo ha influenzato il mio modo di raccontare per immagini. Nei thriller la tensione sta spesso nell’attimo prima della rivelazione, più che nell’evento in sé. È una sospensione che trovo molto potente anche visivamente. Lavorando anche su copertine di libri di questo genere, ho imparato a suggerire una storia senza mostrarla completamente.
Hai una formazione che attraversa illustrazione, animazione e direzione creativa. In che modo questi ambiti dialogano oggi nel tuo lavoro e come influenzano il tuo modo di costruire un’immagine?
Ho iniziato lavorando nella moda per i primi anni della mia carriera: partecipavo a fiere e sfilate, e quell’esperienza mi ha formato molto sul senso estetico, sull’attenzione al dettaglio e sulla cultura del lusso, in particolare del Made in Italy.
Successivamente ho lavorato per anni nel dipartimento creativo di una casa di produzione, occupandomi sia di regia per spot live action che di animazione. Questo mi ha insegnato a pensare per immagini in modo progettuale, non solo estetico. Ogni inquadratura deve avere un’intenzione, un ritmo, una funzione narrativa.
Anche quando lavoro su un’illustrazione singola, la costruisco come se fosse parte di una sequenza: mi chiedo cosa è successo prima e cosa potrebbe accadere dopo. Anche una singola illustrazione, per me, è sempre parte di una sequenza ideale. Oggi il mio lavoro nasce dall’incontro tra estetica, narrazione e visione progettuale.
Se dovessi descrivere il tuo linguaggio visivo in poche parole, quali sceglieresti?
Direi: immagini sospese, emotive e narrative. Mi interessa raccontare emozioni e attimi di vita, ma senza descriverli in modo esplicito. Preferisco suggerire, lasciare spazio, creare immagini che sembrano parte di una storia più grande.
Come si sviluppa il tuo processo creativo?
Dipende molto dal progetto.
Quando c’è libertà creativa, come in questo caso, parto sempre dal soggetto: mi chiedo che emozioni mi trasmette, in quale contesto lo immagino e quale interpretazione personale posso portare per renderlo autentico, non semplicemente bello.
Il mio obiettivo non è decorare, ma dare un punto di vista. Quando i soggetti sono più di uno, lavoro molto sulla relazione tra le immagini: cerco un’armonia che le renda forti singolarmente, ma soprattutto coerenti come insieme. Mi interessa costruire una linea visiva riconoscibile, dove ogni immagine ha senso da sola, ma acquista ancora più significato in dialogo con le altre.
Nella tua serie per What’s in a Lamp? hai immaginato le lampade Foscarini come oggetti che non si limitano ad accendere la luce, ma che modificano il comportamento dello spazio e delle cose. La lampada resta sempre protagonista, ma la scena attorno sembra reagire alla sua presenza. Ci racconti l’ispirazione dietro questo concept?
In questa serie volevo spostare l’attenzione dalla lampada come semplice oggetto alla luce come elemento attivo.
Mi interessava raccontare come la luce possa modificare la percezione dello spazio: definire geometrie, creare vuoti e pieni, trasformare superfici e oggetti in elementi scenografici.
La lampada resta protagonista, ma è la sua luce a generare la scena.
Mi sono ispirata anche al Realismo moderno americano, in particolare a Edward Hopper, dove la luce ha un ruolo narrativo fondamentale. I suoi tagli luminosi costruiscono lo spazio e suggeriscono emozioni senza bisogno di spiegazioni.
Ho cercato di portare quella stessa idea nelle illustrazioni: una luce che non decora, ma racconta.
Il gatto è il filo conduttore della serie. Che tipo di ruolo ha per te questa presenza?
Ho scelto il gatto come filo conduttore della serie perché introduce una presenza viva senza definire una storia troppo precisa.
In un certo senso è un sostituto della figura umana, che sarebbe stata più caratterizzante e avrebbe reso le scene troppo narrative. Il gatto invece mantiene le immagini aperte e universali.
È anche un simbolo molto forte di casa e quotidianità: porta calore e intimità e trasforma spazi geometrici e progettati in luoghi vissuti.
La sua presenza rende l’atmosfera più domestica e cozy, ma in modo naturale, mai decorativo. Inoltre, il gatto ha un rapporto spontaneo con la luce: la cerca, la osserva, ci si avvicina. Era quindi il soggetto ideale per raccontare una luce che non è solo funzionale, ma accogliente.
Hai scelto una palette molto ridotta, pulita e contemporanea. Che rapporto hai con il colore e che ruolo gioca in queste illustrazioni?
Ho scelto una palette ridotta e contemporanea in dialogo con il design delle lampade Foscarini, che sono oggetti molto puliti ed essenziali.
Volevo che il colore non distraesse, ma accompagnasse la luce, lasciandole il ruolo principale.
Il rosso, colore iconico del brand, appare come accento ricorrente: è una nota che attiva la scena e crea continuità visiva nella serie.
Il blu contribuisce invece a costruire l’atmosfera, dando profondità e permettendo alla luce calda di emergere.
Ho scelto volutamente un segno disegnato a mano e pennelli materici, perché mi interessava che anche lo stile riflettesse l’idea di artigianalità e unicità che caratterizza Foscarini. Non volevo immagini troppo digitali o perfette, ma superfici vive, dove si percepisce il gesto e una dimensione più umana.
Le composizioni della tua serie seguono evidentemente una grammatica molto precisa. Come hai costruito queste regole formali all’inizio del progetto? Le hai pensate come regole rigide o le hai lasciate evolvere seguendo l’intuizione?
Il mio approccio è molto intuitivo, soprattutto nelle prime fasi.
Non parto da regole rigide, ma da un’idea di atmosfera e di ritmo visivo. Le prime immagini mi servono per capire che direzione sta prendendo il linguaggio.
Poi inizio a osservare le relazioni tra le immagini: cosa ritorna, cosa funziona, cosa crea coerenza.
In questo progetto la grammatica visiva si è costruita progressivamente. Una volta sviluppate tutte e sei le illustrazioni, ho affinato alcuni elementi per rendere il linguaggio più uniforme e riconoscibile. È un equilibrio tra intuizione e struttura: l’intuizione guida l’inizio, la struttura arriva per dare coerenza alla serie.
C’è un’immagine o una lampada della serie che senti particolarmente riuscita o significativa per te? Perché?
Sono molto affascinata dalle lampade da esterno, perché hanno la capacità di costruire atmosfera anche in spazi aperti e meno definiti.
La lampada Uto, con il suo cono di luce molto leggibile, crea una sorta di stanza luminosa dentro lo spazio esterno. Mi piace perché rende visibile il confine della luce e fa percepire chiaramente la trasformazione tra ciò che è dentro e ciò che è fuori.
Per te, che cos’è la creatività?
Per me la creatività è riuscire a guardare oltre lo schema della realtà. È interpretare ciò che vediamo ogni giorno e dargli una lettura diversa, a volte ribaltandone il significato. Non significa inventare qualcosa di completamente nuovo, ma scoprire possibilità inattese in ciò che esiste già.
Scopri la collaborazione con Marianna Tomaselli e l’intera serie sul canale Instagram @foscarinilamps ed esplora tutte le interpretazioni del progetto What’s in a Lamp?, dove artisti internazionali sono invitati a interpretare liberamente la luce e le collezioni Foscarini.